Autodichiarazione Covid-19 e falso ideologico

In un mio precedente intervento, dal titolo “Il Diritto Penale del Coronavirus”, pubblicato in questo sito nello scorso mese di marzo, era stato affrontato il tema dell’autocertificazione/autodichiarazione, modello indispensabile, come noto, per gli spostamenti nei vari momenti di lockdown (quindi anche in questo periodo di festività di fine anno) per non incorrere nella violazione delle regole anti-contagio.

Come a tutti noto, per consentire di circolare senza incorrere nella violazione delle regole anti-contagio, il Ministero dell’Interno ha elaborato un modulo di autocertificazione.

Gli spostamenti motivati da comprovate esigenze lavorative, da assoluta urgenza, da situazioni di necessità o motivi di salute, dovevano, nel primo lockdown della scorsa primavera – e devono ora, nel lockdown di fine anno- essere attestati attraverso il Modulo di autocertificazione.

Ebbene, con riferimento alla compilazione di tale modulo, era apparsa sin da subito problematica la rilevanza penale delle false attestazioni.

Fermo restando che il reato di Falsa attestazione o dichiarazione a un pubblico ufficiale sulla identità o su qualità personali proprie o di altri, di cui all’art. 495 c.p., espressamente richiamato sul “fac simile” del modulo di autocertificazione, si configura esclusivamente nel caso in cui le false dichiarazioni rese attengano alla propria identità, dubbi e perplessità sussistevano invece per il caso in cui la dichiarazione falsa attenga ai motivi della propria uscita.

Come forse ricorderete – e chiedo scusa per l’autocitazione, ma è sicuramente utile per il tema del titolo odierno – nel precedente intervento dello scorso mese di marzo, soffermandomi su questo aspetto, avevo scritto: “Allorchè, invece, nell’autocertificazione attestante che lo spostamento avviene per comprovate esigenze lavorative, situazioni di necessità, tra cui fare la spesa o acquisto di farmaci, motivi di salute, o, infine, rientro nel proprio domicilio, abitazione o residenza, la dichiarazione falsa attenga, appunto, alla esistenza della situazione che giustificherebbe lo spostamento, potrebbe risultare integrato il reato di Falsità ideologica commessa dal privato in atto pubblico, di cui all’art. 483 c.p..

Ritengo tuttavia d’obbligo l’uso del condizionale: la enunciazione di motivi non veri, nella dichiarazione esibita all’Autorità di Polizia si può tradurre nella violazione dell’art. 483 c.p., che è punita con la pena della reclusione fino a 2 anni, solo ove l’attestazione stessa confluisca in un atto pubblico destinato a provare la verità dei fatti e dei motivi in questione o debba essere trasfusa dal pubblico ufficiale che la riceve in un atto pubblico, con stesse finalità, dallo stesso redatto o in via di redazione.

Ebbene, è proprio sulla individuazione, nel caso di specie, dell’atto pubblico che debba accogliere l’autodichiarazione del cittadino, che non si possono non ravvisare oggettive difficoltà e perplessità.

Dal punto di vista operativo, pertanto, nel caso in cui il pubblico ufficiale ravvisi la falsità dei motivi addotti a giustificazione dello spostamento, egli, senza dover necessariamente far ricorso alla applicazione di sanzioni penali, potrà sicuramente ritenere configurato il mancato rispetto delle misure di contenimento ed applicare senza esitazione la sanzione amministrativa da 400 a 3.000 euro”.

Ebbene, la recente sentenza del 16 novembre 2020 del Gip del Tribunale di Milano, a conferma della fondatezza delle enunciate perplessità nel poter ritenere configurabile, in un caso del genere, il reato di falsità ideologica di cui all’art. 483 c.p., ha assolto, perché il fatto non sussiste, un camionista sorpreso al volante dalle forze dell’ordine, alla fine del marzo scorso, quando in tutta Italia gli spostamenti erano vietati, se non per poche ragioni da dichiarare nelle varie edizioni del modello di autocertificazione.

Nel caso giudicato dal Gip di Milano l’uomo, nel compilare il modello con le ragioni dell’allontanamento dalla propria abitazione, aveva fornito una versione che poi, alla prova delle successive verifiche, si era rivelata del tutto infondata: aveva infatti sostenuto di volersi recare in una località che non era compatibile con la direzione del veicolo fermato.

Nel procedimento penale instauratosi, il Pubblico Ministero aveva chiesto la condanna del camionista, contestando, appunto, la violazione dell’art. 483 c.p., Falsità ideologica commessa dal privato in atto pubblico, in cui è prevista la sanzione, con la pena fino a due anni, per chi attesta falsamente al pubblico ufficiale, in un atto pubblico, fatti dei quali l’atto è destinato a provare la verità.

Il Gip di Milano ha invece sottolineato, nella sua sentenza, come in giurisprudenza sia pacifico che sono estranei all’ambito di applicazione dell’art. 483 c.p. “le dichiarazioni che non riguardino “fatti”, di cui può essere attestata la verità hic et nunc, ma che si rivelino mere manifestazioni di volontà, intenzioni o propositi”.

La sentenza in esame mette in evidenza come lo stesso dato testuale dell’art. 483 c.p. deponga nel senso di escludere la rilevanza penale di comportamenti come quello del camionista in questione, visto che la nozione di “fatto” contenuta nella norma non può che essere riferita a qualcosa che è già accaduto e che perciò è suscettibile di un accertamento, a differenza dell’intenzione, la cui corrispondenza con la realtà può essere verificata solo successivamente.

La sentenza precisa ancora che la norma ha l’obiettivo di incriminare la falsa dichiarazione resa a un pubblico ufficiale “in relazione alla sua attitudine probatoria, attitudine che evidentemente non può essere riferita a un evento non ancora accaduto”.

Da quanto precede consegue che “mentre l’affermazione del modulo di autocertificazione da parte del privato di una situazione passata (si pensi alla dichiarazione di essersi recato in ospedale ovvero al supermercato) potrà integrare gli estremi del delitto in questione, la semplice attestazione della propria intenzione di recarsi in un determinato luogo o di svolgere una certa attività non può essere ricompresa nell’ambito applicativo della norma incriminatrice, non rientrando nel novero “dei fatti dei quali l’atto è destinato a provare la verità””

Del pari irrilevante è poi il fatto che la dichiarazione fosse stata incorporata in un verbale di polizia giudiziaria.

In definitiva, quindi, sulla scorta della sentenza assolutoria del Gip di Milano del 16 novembre u.s., si può concludere affermando che l’autodichiarazione Covid-19 che non corrisponde al vero non diventa falso ideologico se è relativa alla semplice intenzione di recarsi in un determinato luogo.

Roma, 7 gennaio 2021

Avv. Massimo Biffa